mercoledì 24 settembre 2014
associazione aurora : Adolescenza e sviluppo del cervello
associazione aurora : Adolescenza e sviluppo del cervello: Una testimonianza “antica”, che dimostra che gli adolescenti ci sono sempre stati e non è vero che l’adolescenza è un’invenzione moderna: a...
associazione aurora : Adolescenza e sviluppo del cervello
associazione aurora : Adolescenza e sviluppo del cervello: Una testimonianza “antica”, che dimostra che gli adolescenti ci sono sempre stati e non è vero che l’adolescenza è un’invenzione moderna: a...
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associazione aurora : Adolescenza e sviluppo del cervello: Una testimonianza “antica”, che dimostra che gli adolescenti ci sono sempre stati e non è vero che l’adolescenza è un’invenzione moderna: a...
giovedì 17 luglio 2014
"Sotto l'ombrellone facciamo la conoscenza con Fabio, una persona speciale!"
Cari amici,
oggi vi volevo attraverso questo post, farvi conoscere finalmente, Francesco Pugliarello, padre e autore del libro “La mia vita con Fabio”. Incrociai il suo nome su twitter, qualche tempo fa, per curiosità (si sa la curiosità è donna J) andai sul link del suo blog, e piano piano lessi alcuni suoi post,da lì, qualche scambio in dm (per chi ignorasse questo social, i dm, sono i messaggi privati) siamo arrivati a uno scambio di mail arrivando ad oggi, Francesco, ha gentilmente concesso di postare il dialogo intercorso tra noi. Vi lascio un estratto di esso e di curiosità che mi sono permessa di chiedergli ed eccomi qua, perché ritengo che in queste occasioni , condividere con altri sia la cosa migliore. Egli non ha lasciato inespressa alcuna domanda, anzi ha “sollevato” tanti argomenti dandone esaustive risposte. Inizio con il ringraziarlo infinitamente per questa occasione che mi ha concesso, ma chi è Francesco e chi è Fabio? Per capire il motivo per il quale ci tengo a condividere con voi, non perdetevi il seguito: ps: so che è un post abbastanza lungo, ma postarvelo in più riprese avrebbe perso il senso. fateci sapere la vostra, se aveste domande o curiosità .
dialogo con Francesco Pugliarello di Tiziana M.
D1. Francesco, quando hai scelto di scrivere dei libri per raccontare la storia di Fabio e quale è stato il motivo che ti ha spinto a farlo?
1 – L’idea di mettere giù un racconto sui momenti di vita vissuta con un figlio down è nata a seguito dei progressi che sorprendentemente verificavo in mio figlio che rispondeva puntualmente ai miei stimoli, relativamente alle informazioni che giorno dopo giorno andavo assumendo sulla sindrome di Down. Non è facile immaginare quale sconcerto può suscitare in un genitore (padre o madre che sia) e nella parentela la nascita di un figlio “non normale”. La ferita iniziale, oggi totalmente rimarginata, si aggravò quando nell’Enciclopedia Medica Labor sulla Sindrome di Down (edizione del 1948) lessi che “i portatori di questa “malattia” (che non è una malattia ma una sintomatologia) sono inadatti a vivere nella società perché, tra le varie forme di deficienza mentale, i down sono i meno capaci di apprendere, … è quindi conveniente l’internamento in speciali Istituti (sic !). Di solito il disabile viene percepito come una provocazione della natura che scatena un dolore sordo e infinito. Avere un figlio disabile può sconvolgere l’esistenza anche perché spesso sono gli altri, parenti o cosiddetti amici a cambiare registro, riservando un comportamento differente perché per loro adesso sei un diverso: come tuo figlio sei divenuto una persona scomoda, da mettere da parte perché mini le loro certezze. E lo sei perché, secondo Giulia Basano che adottò “Nicola, un’adozione coraggiosa”: “…la società, chiusa nella sicurezza dell’essere normale, è cieca di fronte alla precarietà della vita, ha paura di immergersi, la guarda in uno specchio che gli seleziona le immagini in modo da non esserne turbata”. In effetti, a ben pensarci, la disabilità è troppe volte usata dagli adulti come un’etichetta per nascondere i propri limiti e le difficoltà che, se solo venissero alla luce, potrebbero migliorare innanzi tutto la relazione con se stessi e di conseguenza con il disabile. Nell’ambito delle sintomatologie mentali i soggetti down erano i meno graditi per gli evidenti tratti somatici che li relegavano a una sottospecie umana e venivano ritenuti privi di raziocinio e di autocoscienza. Solo di recente si è capito che dietro a quel viso si nasconde una figura di stupefacente intensità emotiva meritevole di un riconoscimento maggiore e di una seria presa in carico dalla medicina ufficiale.
Grazie Francesco, per la tua prima risposta, esaustiva, dove mi sento solo di aggiungere una cosa, non possiamo tornare indietro nel 1948, e riscrivere l’enciclopedia, ma oggi 2014 , possiamo imparare a superare questi retaggi mentali, possiamo oltre passare quello “specchio” di cui hai parlato nel tuo primo libro e cambiare attraverso la conoscenza cosa significhi sindrome di down. Ti pongo un'altra riflessione.
D2. Pensi che l tuoi libri o comunque la storia di tuo figlio possano insegnare qualcosa? Cosa ti piacerebbe che arrivasse alla gente?
2 – Spero che questi testi possano contribuire a rompere le barriere e gli stereotipi eretti dall’ignoranza e dai pregiudizi sulla disabilità in un lettore attento alle problematiche sociali del nostro tempo. Poiché è una storia di vita costellata da forti e contrastanti emozioni, penso abbia lo stesso effetto catartico che ha fatto in me mentre la scrivevo, cioè un impulso a spogliarsi del gretto conformismo che ci priva di scoprire la bellezza dell’animo umano. Sono convinto che testimonianze di vita accanto a persone comunemente ritenute “diverse”, sono molto utili al rinnovamento dell’etica sociale, perché in esse si annida la speranza di una crescita consapevole. Il testo, apparentemente di nicchia, oltre a rivelare una svolta interiore, vuole farsi portavoce di una rivoluzione antropologico-culturale sul riconoscimento del disabile come persona, dove il soggetto con sindrome di Down è la metafora della nostra fragilità umana.
D3. Vorrei che, attraverso le tue parole, le persone capiscano veramente che la normalità è nel cuore di ciascuno di noi, che i pregiudizi che ci poniamo vengano di volta in volta abbattuti. Se potessi suggerire qualcosa , cosa diresti?
3 – Non finirò mai di ringraziare i tanti ragazzi con sindrome di Down e mio figlio Fabio per avermi insegnato, con la loro discreta presenza, chi è la persona down. Cominciamo a pensare che i soggetti mentalmente disabili non sono poi tanto diversi dai cosiddetti normodotati: essi hanno problemi esistenziali come chiunque, e il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare e dalla qualità di vita che siamo in grado di predisporre. Forse osservando la loro indole, natura, personalità, temperamento, impareremo a conoscere meglio noi stessi. Se desideriamo che una persona come Fabio cresca sereno e sicuro di sé gli dobbiamo attenzioni e rispetto, anche perché per natura egli rispetta chiunque, specialmente se in difficoltà come lui e, contrariamente agli stereotipi che gli abbiamo cucito addosso, è capace e cosciente. Nei 35 anni di presenza attiva con mio figlio, la stella polare verso cui mi sono incamminato è stata quella di potenziare le sue pur limitate capacità. Queste persone, se stimolate adeguatamente, secondo il neuro-fisiatra Giorgio Albertini, contrariamente al comune pensare, hanno una grande elasticità mentale, sono delle spugne, assimilano meglio di ogni altro una educazione permanente.
D4. Esatto! Francesco, prendo spunto appunto dal discorso che hai fatto e dalla opinione del fisiatra ti chiedo ( e ci tengo in maniera particolare a questa domanda) che messaggio da genitore potresti dare ad altri genitori , dai tuoi incontri con specialisti e associazioni, ai genitori in attesa, cosa diresti ? cosa devono aspettarsi, o meglio, avresti qualche consiglio di più ampio respiro?
4 - Questi ragazzi, a compensazione della capacità logica alquanto limitata, possiedono una sensibilità empatica originalissima che non è ascrivibile a una misurazione razionale. Ossia sono portatori di una tendenza alla condivisione degli affetti, che poi è alla base delle relazioni significative degli esseri umani, caratterizzate dai legami interpersonali e delle più belle intuizioni. Ci sono giovani down che hanno raggiunto vette inimmaginabili fino a qualche decennio addietro che usano apparecchi informatici come pochi, campioni mondiali di nuoto, tanti diplomati e laureati, finanche una suora missionaria. E questo grazie alla fiducia riposta in queste dolcissime creature dalle associazioni di famiglie nate dopo gli anni ottanta, da specialisti intelligenti e all’orgoglio di emergere degli stessi ragazzi. Questo è il down. Il down moderno. Fabio sa esprimere chiaramente, e con un lessico appropriato, ogni pensiero e ogni suo desiderio da suscitare nell’interlocutore grande sorpresa… Semplicità, onestà, giovialità e - come diceva Jerome Legeune - eterna giovinezza, sono le caratteristiche che lo contraddistinguono. L’antropologo Alessandro Bertirotti, con la convinzione del ricercatore, sostiene che realtà di famiglie come queste devono essere considerate normalissime, perché è venuto il momento di affermare che il diversamente abile è uno come noi, e in certi casi meglio di noi, con la differenza che egli è privo di ipocrisie e finzioni, dice la verità, è sincero e va avanti senza finzioni. Citando Oscar Wilde, per smascherare le nostre deficienze, Bertirotti riferisce che “… Ogni uomo mente, ma dategli una maschera ed egli vi dirà la verità”. Il responsabile della ditta dove Fabio lavora da otre tre anni, in occasione della presentazione dell’ultimo libro ha ringraziato pubblicamente questo ragazzo perché - a suo dire – oltre a mettere molta cura nella produzione, ha portato nuova armonia in azienda, e quando la mattina lo incontra gli si apre l’animo e inizia la giornata con più serenità. Trattiamo i down e i diversamente abili senza pregiudizi e con rispetto; lasciamo che vivano secondo le proprie capacità perché essi, possedendo percezioni e sensibilità fuori dal comune, possono “insegnarci” un nuovo stile di vita.
D5. Parlaci infine, dei rapporti affettivi segnalati nel tuo libro e come Fabio le affronta.
5 – Gli straordinari progressi conseguiti nel campo sociale da queste persone non hanno seguito parallelamente quello affettivo-sessuale. Sappiamo che la piena maturità di una persona, o meglio, il raggiungimento di un armonico equilibrio psicofisico, passa principalmente da scambi di amorosi sensi in piena autonomia, capaci di sviluppare maggiore conoscenza di sé. Nei disabili mentali in particolare, per ragioni connaturate alla intrinseca fragilità emotiva, la difficoltà di acquisire un proprio benessere alimenta tristezza e perdita di autostima. Per tali ragioni essi necessitano di interventi di assistenza all’emotività e alla corporeità, fonti di benessere. Nonostante sono prodighi di calorosi abbracci, l’affettività e la sessualità è un settore poco o affatto affrontato in letteratura e da parte degli specialisti. Difatti le unioni matrimoniali sono pressoché inesistenti. Ancor più desolante è dover ammettere che siamo spesso noi genitori a porre dei limiti e a frustrare le loro ambizioni, ignorando il loro desiderio di vivere una soddisfacente dimensione sessuale a causa di preconcetti, ignoranza e una buona dose di imbarazzo. Perché il sesso imbarazza. E quello di un disabile spiazza!. Quando, per la prima volta, mio figlio mi chiese di voler avere un rapporto con una donna, il mio imbarazzo è stato grande. Da una parte mi sentivo gratificato che volesse condividere con me un desiderio così intimo, dall’altra non nascondo che affrontare un mediazione del genere mi mise in difficoltà. Quando ho provato a contattare alcune di queste donne si sono tutte tirate indietro: molte hanno accampato la scusa di avere un parente “dello stesso tipo…”. Per giustificare il fatto che non se la sentissero, per scoraggiarci, in qualche caso hanno chiesto tariffe triplicate. E’ il motivo per cui ritengo sempre più urgente l’istituzione anche in Italia della figura dell’assistente sessuale. Per questi ragazzi non si tratta semplicemente di fare sesso, ma di scoprire la propria sessualità e soprattutto fare i conti con la propria prorompente affettività. Le donne (o gli uomini) a pagamento non vanno bene, ci vuole una persona da conquistare e, almeno per Fabio, che non siano down perché, a suo dire, “…non sono belle e si dialoga male con loro”.
Grazie di cuore Francesco per questa chiacchierata, se il dialogo e la storia di Fabio vi ha appassionato e voleste approfondire la lettura vi lascio la prefazione del libro e i riferimenti per l’acquisto:
Il testo, che rientra nella narrativa contemporanea dedicato a un figlio e da quest’ultimo in gran parte suggerito, vuole rilanciare “la speranza di una rinnovata cultura della diversità”. È la vita di un padre che nel dolore della nascita di un bambino, comunemente considerato diverso perché con sindrome di Down, ha trovato il senso della vita nel seguire la sua crescita che, a parere di chi conosce questo ragazzo, ha raggiunto e superato tutti i muri disseminati dall’ignoranza e dal timore del diverso che talvolta rasenta punte di razzismo antropologico: cose che accadevano fino agli anni Settanta, quando, queste creature per la vergogna o per intralcio alla “carriera”, venivano abbandonate in Istituti o addirittura soppresse. Un libro, secondo l’antropologo e psicologo Alessandro Bertirotti, decisamente adatto al periodo storico che stiamo attraversando fatto di ipocrisie e di egoismi che tratta della moderna persona down in grado più di molti altri suoi coetanei di esprimere la sua gioia, i suoi sogni, le sue aspettative. Se è vero che viviamo tempi che ci portano a un bisogno di spiritualità contro un egoismo smisurato, sono convinto che oggi, come in ogni epoca di crisi morale, la presenza di giovani come Fabio possono innescare la riscoperta di valori e prospettive etiche molto originali.
Titolo: la mia vita con Fabio
Autore: Francesco Pugliarello
Editore: Ali&No (collana Le maree)
Prezzo: circa 15 €
(potete ordinare il libro. In tutte le librerie, via internet o direttamente alla Casa editrice, senza spese di spedizione)
martedì 29 novembre 2011
Impariamo dai Down cos'è una vita empatica
La capacità di "sentire gli altri"
di Francesco Pugliarello
"L'Occidentale" del 19.11.2011
Sappiamo che le persone con sindrome di down, notoriamente definite eterni adolescenti, sono guidate più dal cuore che dalla testa. Se prendiamo a riferimento le loro prestazioni scolastiche, che sono improntate sulle capacità logico-matematiche, ci convinciamo di avere a che fare con dei mediocri; alla stessa stregua se li sottoponiamo ai test di valutazione del Q.I. li troviamo a un livello molto basso rispetto alla media. Ma i test psicologici non indagano le competenze più recondite legate all’intelligenza creativa, all’abilità di cogliere nell’intimo delle persone: in altre parole alla capacità di provare forti emozioni. Questi ragazzi, a compensazione della scarsa capacità logica, possiedono una sensibilità empatica originalissima che non è ascrivibile ad una misurazione razionale.
Ossia sono portatori di una tendenza alla condivisione degli affetti, che poi è alla base delle relazioni significative degli esseri umani caratterizzate dai legami interpersonali. In altre parole essi hanno un qualcosa di incommensurabile che noi, figli dell’“Homo Oeconomicus” stiamo smarrendo: la capacità di “sentire dentro” ciò che l’interlocutore sta provando. Forse è venuto il momento di imparare da questi ragazzi il saper vivere in armonia con gli altri e prendersi cura dei loro bisogni. Se un giorno il nostro scetticismo verrà smentito da uno strumento che sarà in grado di misurare il peso empatico dell’essere umano, allora ci accorgeremo di aver sottovalutato e qualche volta disprezzato per presunzione le qualità umane e le potenzialità delle persone con disabilità intellettiva, specialmente quelle con la sindrome di down.
Una moderna corrente di pensiero che fa capo al nobel delle neuroscienze, Eric Kandel (1), confermata dall’antropologo della mente Alessandro Bertirotti in “La mente ama”, riportando indietro l’orologio della conoscenza empirica, sostiene che molte produzioni che hanno lasciato un segno tangibile sono state concepite non tanto da logiche legate al raziocinio, quanto da meccanismi che passano dalle emozioni (2). D’altronde, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule cha a loro volta sono precedute dall’intuizione, figlia delle emozioni. Questo è evidente negli artisti in genere, nei romantici, nei pittori che, secondo gli esperti stanno a testimoniare i limiti del raziocinio, e pur tuttavia sono persone che noi apprezziamo molto. Difatti, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule che a loro volta sono precedute dall’intuito!
Questi studiosi ci dimostrano che in generale la parte emotiva del cervello è molto più raffinata e completa di quella logico-razionale perché è stata “meravigliosamente rifinita” dall’evoluzione delle ultime centinaia di migliaia di anni: è quella che Gustav Jung chiamava “intelligenza emotiva” della nostra personalità e la collocava nell’emisfero destro del cervello, complementare all’altro emisfero che presiede l’ambito dell’”intelligenza razionale”. Tuttavia, come ogni opinione anche questa ha il suo rovescio. È, secondo Kandel il motivo per cui ci aggrappiamo all’illusione del razionale. Difatti, “quando l’istinto sbaglia, sbaglia di brutto, e questo sbaglio ci fa sentire traditi”. Solo allora invochiamo la ragione. In altre parole, se la parte emozionale è predominante, tanto da prevalere sulla parte logica che è debole, scarsamente volitiva, quest’ultima può facilmente capitolare sotto la pressione di una tempesta emotiva. Se riflettiamo, ci accorgiamo che spesso i nostri adolescenti nelle loro insicurezze, si rivolgono a noi per essere confortati nelle decisioni dettate prevalentemente dall’istinto.
Ma prendendo per buono quanto sostenuto da questo neuroscienziato, possiamo concludere che quando i nostri ragazzi si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro azioni “istintive”, non è detto che siano in errore. Alcune volte Fabio mi pone delle richieste apparentemente assurde, ma che per lui hanno un senso che sfugge al mio raziocinio. Poiché, come ho detto, è il sentimento a guidare i nostri adolescenti piuttosto che il pensiero astratto, per evitare che istinto/ragione, nella difficoltà di gestire queste facoltà, vadano in corto circuito, è necessario ed opportuno che le loro suggestioni siano filtrate alla luce della nostra logica, senza pretendere più di quanto possano dare. Per questi motivi penso che ogni genitore che segue con amore il processo evolutivo del proprio figlio, dovrebbe sforzarsi di capire che non sempre è bene frenarlo nelle proprie suggestioni, che potrebbero avere delle motivazioni fondate, ma che a noi magari sfuggono.
Dalla frequentazione del mondo degli adolescenti come formatore, ho imparato che anche per questi ragazzi liberare l’istinto e agevolare la spontaneità sono la via migliore per seguire il proprio talento e perché no, anche la via maestra per raggiungere la felicità. Allora, perché non imitarli? Non assecondarli? Perché forzare la loro natura? Perché pretenderne l’omologazione?
---------------------
(1). Eric Kandel, http://it.wikipedia.org/wiki/Eric_Richard_Kandel
(2). Alessandro Bertirotti, “La mente ama – per capire ciò che siamo con gli affetti e la propria storia”, Il Pozzo di Micene, Firenze 2011, pp. 76-79. www.bertirotti.com/pubblicazioni/
di Francesco Pugliarello
"L'Occidentale" del 19.11.2011
Sappiamo che le persone con sindrome di down, notoriamente definite eterni adolescenti, sono guidate più dal cuore che dalla testa. Se prendiamo a riferimento le loro prestazioni scolastiche, che sono improntate sulle capacità logico-matematiche, ci convinciamo di avere a che fare con dei mediocri; alla stessa stregua se li sottoponiamo ai test di valutazione del Q.I. li troviamo a un livello molto basso rispetto alla media. Ma i test psicologici non indagano le competenze più recondite legate all’intelligenza creativa, all’abilità di cogliere nell’intimo delle persone: in altre parole alla capacità di provare forti emozioni. Questi ragazzi, a compensazione della scarsa capacità logica, possiedono una sensibilità empatica originalissima che non è ascrivibile ad una misurazione razionale.
Ossia sono portatori di una tendenza alla condivisione degli affetti, che poi è alla base delle relazioni significative degli esseri umani caratterizzate dai legami interpersonali. In altre parole essi hanno un qualcosa di incommensurabile che noi, figli dell’“Homo Oeconomicus” stiamo smarrendo: la capacità di “sentire dentro” ciò che l’interlocutore sta provando. Forse è venuto il momento di imparare da questi ragazzi il saper vivere in armonia con gli altri e prendersi cura dei loro bisogni. Se un giorno il nostro scetticismo verrà smentito da uno strumento che sarà in grado di misurare il peso empatico dell’essere umano, allora ci accorgeremo di aver sottovalutato e qualche volta disprezzato per presunzione le qualità umane e le potenzialità delle persone con disabilità intellettiva, specialmente quelle con la sindrome di down.
Una moderna corrente di pensiero che fa capo al nobel delle neuroscienze, Eric Kandel (1), confermata dall’antropologo della mente Alessandro Bertirotti in “La mente ama”, riportando indietro l’orologio della conoscenza empirica, sostiene che molte produzioni che hanno lasciato un segno tangibile sono state concepite non tanto da logiche legate al raziocinio, quanto da meccanismi che passano dalle emozioni (2). D’altronde, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule cha a loro volta sono precedute dall’intuizione, figlia delle emozioni. Questo è evidente negli artisti in genere, nei romantici, nei pittori che, secondo gli esperti stanno a testimoniare i limiti del raziocinio, e pur tuttavia sono persone che noi apprezziamo molto. Difatti, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule che a loro volta sono precedute dall’intuito!
Questi studiosi ci dimostrano che in generale la parte emotiva del cervello è molto più raffinata e completa di quella logico-razionale perché è stata “meravigliosamente rifinita” dall’evoluzione delle ultime centinaia di migliaia di anni: è quella che Gustav Jung chiamava “intelligenza emotiva” della nostra personalità e la collocava nell’emisfero destro del cervello, complementare all’altro emisfero che presiede l’ambito dell’”intelligenza razionale”. Tuttavia, come ogni opinione anche questa ha il suo rovescio. È, secondo Kandel il motivo per cui ci aggrappiamo all’illusione del razionale. Difatti, “quando l’istinto sbaglia, sbaglia di brutto, e questo sbaglio ci fa sentire traditi”. Solo allora invochiamo la ragione. In altre parole, se la parte emozionale è predominante, tanto da prevalere sulla parte logica che è debole, scarsamente volitiva, quest’ultima può facilmente capitolare sotto la pressione di una tempesta emotiva. Se riflettiamo, ci accorgiamo che spesso i nostri adolescenti nelle loro insicurezze, si rivolgono a noi per essere confortati nelle decisioni dettate prevalentemente dall’istinto.
Ma prendendo per buono quanto sostenuto da questo neuroscienziato, possiamo concludere che quando i nostri ragazzi si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro azioni “istintive”, non è detto che siano in errore. Alcune volte Fabio mi pone delle richieste apparentemente assurde, ma che per lui hanno un senso che sfugge al mio raziocinio. Poiché, come ho detto, è il sentimento a guidare i nostri adolescenti piuttosto che il pensiero astratto, per evitare che istinto/ragione, nella difficoltà di gestire queste facoltà, vadano in corto circuito, è necessario ed opportuno che le loro suggestioni siano filtrate alla luce della nostra logica, senza pretendere più di quanto possano dare. Per questi motivi penso che ogni genitore che segue con amore il processo evolutivo del proprio figlio, dovrebbe sforzarsi di capire che non sempre è bene frenarlo nelle proprie suggestioni, che potrebbero avere delle motivazioni fondate, ma che a noi magari sfuggono.
Dalla frequentazione del mondo degli adolescenti come formatore, ho imparato che anche per questi ragazzi liberare l’istinto e agevolare la spontaneità sono la via migliore per seguire il proprio talento e perché no, anche la via maestra per raggiungere la felicità. Allora, perché non imitarli? Non assecondarli? Perché forzare la loro natura? Perché pretenderne l’omologazione?
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(1). Eric Kandel, http://it.wikipedia.org/wiki/Eric_Richard_Kandel
(2). Alessandro Bertirotti, “La mente ama – per capire ciò che siamo con gli affetti e la propria storia”, Il Pozzo di Micene, Firenze 2011, pp. 76-79. www.bertirotti.com/pubblicazioni/
lunedì 28 marzo 2011
Il down, un mondo ancora poco esplorato
Dov’è la sua diversità?
Accade in molte cliniche, specialmente d’oltralpe, che se vieni diagnosticato down tu non hai diritto a nascere. Se ti concedono di venire alla luce potrebbero impedirti di entrare nei parchi giochi, perché potrebbe farti del male salire sulla giostra: accade a Gardaland. Se frequenti la scuola, vieni affidato a un insegnate di sostegno che, per compiacere qualche collega zelante, ti isola dal resto della classe: accade in molti plessi scolastici del nostro territorio. Tu alunno down non hai diritto di partecipare a gite di istruzione con finalità didattiche, questo succede in una scuola media di Catanzaro. Se ti fanno nascere devi vivere in un villaggio fuori dei centri abitati per non disturbare i cittadini: questo accade in Russia. Mentre in qualche ambiente musulmano il down è “venerato e rispettato come un dono di Allah”, qualche volta usato anche come shahid, in Occidente è visto come un personaggio scomodo o addirittura soppresso perché improduttivo, come accade in certe popolazioni delle Ande peruviane (1). Tutto a causa di un pregiudizio riferito ai tratti somatici che, nell’ignoranza generale, a lungo ti ha considerato una sottospecie umana.
Come te, tu genitore, sei una persona scomoda, perché sei la pietra di paragone delle loro ‘certezze’: ti osservano e ti considerano uno da compatire, o addirittura da mettere da parte perché, “…chiusi nella sicurezza dell’essere normale, sono ciechi di fronte alla precarietà della vita, hanno paura di immergersi, la guardano in uno specchio che gli seleziona le immagini in modo da non esserne turbati”. È la denuncia che un giorno lanciò Giulia Basano nei confronti della società quando adottò un disabile (2) E’ una situazione imbarazzante che devi affrontare creandoti un nuovo orizzonte sociale, magari più ristretto, più concreto, comunque diverso dal comune sentire. Ennio Flaiano invocava il miracolo per riuscire ad amare la sua Luisa, malata di encefalite subito dopo la nascita; Emmanuel Mounier considerava la nascita della figlia Francesca, un dono inviato dal Cielo; qualche altro si rinchiude in se stesso fino a rovinarsi l’esistenza, o addirittura scappa via, abbandona il tetto coniugale.
E’ evidente che ignoriamo i passi da gigante che hanno fatto questi ragazzi negli ultimi decenni. Filosofi di fama internazionale che si atteggiano a eugenisti come l’animalista Peter Singer, spacciando la mansuetudine e la tolleranza di questi ragazzi con supposte incapacità e sofferenza a vivere suggeriscono di sopprimerli prima di nascere. Ignorano che Fabio ed altri compagni come lui lavorano, sono resistenti alla fatica, praticano sport e amano realmente. Ignorano o fingono di ignorare che alcuni di essi praticano anche attività agonistiche. La 39enne Daniela di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 27enne Mauro di Cagliari è campione nazionale di pattinaggio. Axel di Prato, appena diciassettenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Giovanni di Chieti canta in un perfetto inglese e si cimenta in balli di gruppo riscuotendo successi nei cabaret locali. Che dire della trentacinquenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”. E’ il grido di maturazione di questi ragazzi cresciuti all’ombra di internet, di televisione e di genitori responsabili: essi vogliono vivere come tutti, senza subire infingimenti.
Un’indagine del CENSIS dell’ottobre scorso dichiarava che nella quasi totalità degli italiani (il 94,3%) le persone disabili suscitano sentimenti positivi come la solidarietà e l’ammirazione per la loro tenacia e determinazione di rendersi utili. Mentre è legittimo che il 54,6 per cento prova paura per l’eventualità di potersi trovare un giorno a dover sperimentare la disabilità nella propria famiglia. Non trovo però plausibile che per il 23,3% del campione la disabilità intellettiva susciti “paura”, da far subire in queste persone discriminazione e solitudine. Non tutti sanno che se ben accettati, al loro fianco puoi far fronte ad ogni evenienza. Saranno loro a darti la forza di reagire alle avversità. È comunque un evento che ti afferra per i capelli e ti proietta in un mondo nuovo. In un mondo violento, i down sono la nuova risorsa: sono le nostre cartine di tornasole con cui puoi misurare lo spessore umano di chi ti avvicina. Nella stessa indagine si sottolinea la convinzione generalizzata (il 58% degli intervistati) che il down abbia ancora un’aspettativa di vita limitata, al massimo 40 anni, mentre in realtà oggi è cresciuta superando i 60 anni.
La verità è che nella nostra cultura essere sani, belli, tonici, senza grassi né cellulite sono segni di affermazione sociale, e non ci si rende conto che tutto questo può essere utile ad uno specchio, non a una società sempre più povera di verità e di calore umano: sentimenti troppe volte confusi con il culto del forte e dell’intelligente in cui il ‘diverso’, in certi contesti è condannato all’isolamento sociale. Siamo stati abituati a considerare i down persone non normali, in quanto partiamo dal presupposto che ciò che noi intendiamo essere normalità sia il metro di valutazione universale. Una convinzione che costringerebbe questi ragazzi ad essere e rimanere come sono percepiti nel nostro immaginario, aspettandoci che facciano cose da down. Poiché essi hanno aspetto, comportamenti e atteggiamenti diversi da chi vive un’esistenza ‘normale’, li incaselliamo e adottiamo nei loro confronti stupide convenzioni comportamentali che non li aiuta a crescere, ma soprattutto, non aiuta noi.
Se invece cominciassimo a pensare che poi non è tanto diverso dai cosiddetti normodotati, che ha problemi esistenziali come chiunque, e il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare, dalle sue attività e dunque dalla qualità della sua vita, forse impareremo a conoscere meglio noi stessi. Egli è una persona che esige rispetto perché, per natura, rispetta chiunque, specie se in difficoltà come lui e, contrariamente agli stereotipi che gli abbiamo cucito addosso, è capace e cosciente. Cominciamo anche a sfatare il luogo comune secondo cui egli sia una persona felice perché mostra disinvoltura e allegria. Non sempre è così. Quando diventa adulto, si pone domande come chiunque; riflette sul suo futuro ma non sa progettarlo perché è per natura tributario di chi gli sta accanto e tale potrebbe restare con le sue ansie: non riesce a decifrarle e se è in grado, per non tubarci le camuffa. Egli saprà soltanto accettare o rifiutare quanto gli si propone, sta a noi capirlo, tenendo presente che in questa figura si condensa la fragilità e la resistenza dell’essere umano. Diventa pertanto nostro dovere sentire l’obbligo morale di ricambiare l’affetto che egli ci offre senza la pretesa di un tornaconto, perché ha bisogno di noi e non riuscirà mai a serbare rancore, nemmeno se riceverà delle contrarietà. In questo, forse solo in questo, è diverso da noi.
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(1) F. Pugliarello, "Fabio, lo specchio nascosto" (testimonianze di viaggi) Centro Editoriale Toscano, Firenze 2009, pp. 33-36.
(2) G. Basano, “Nicola, un’adozione coraggiosa”, Rosemberg & Sellier, Torino 1999, p. 28
Accade in molte cliniche, specialmente d’oltralpe, che se vieni diagnosticato down tu non hai diritto a nascere. Se ti concedono di venire alla luce potrebbero impedirti di entrare nei parchi giochi, perché potrebbe farti del male salire sulla giostra: accade a Gardaland. Se frequenti la scuola, vieni affidato a un insegnate di sostegno che, per compiacere qualche collega zelante, ti isola dal resto della classe: accade in molti plessi scolastici del nostro territorio. Tu alunno down non hai diritto di partecipare a gite di istruzione con finalità didattiche, questo succede in una scuola media di Catanzaro. Se ti fanno nascere devi vivere in un villaggio fuori dei centri abitati per non disturbare i cittadini: questo accade in Russia. Mentre in qualche ambiente musulmano il down è “venerato e rispettato come un dono di Allah”, qualche volta usato anche come shahid, in Occidente è visto come un personaggio scomodo o addirittura soppresso perché improduttivo, come accade in certe popolazioni delle Ande peruviane (1). Tutto a causa di un pregiudizio riferito ai tratti somatici che, nell’ignoranza generale, a lungo ti ha considerato una sottospecie umana.
Come te, tu genitore, sei una persona scomoda, perché sei la pietra di paragone delle loro ‘certezze’: ti osservano e ti considerano uno da compatire, o addirittura da mettere da parte perché, “…chiusi nella sicurezza dell’essere normale, sono ciechi di fronte alla precarietà della vita, hanno paura di immergersi, la guardano in uno specchio che gli seleziona le immagini in modo da non esserne turbati”. È la denuncia che un giorno lanciò Giulia Basano nei confronti della società quando adottò un disabile (2) E’ una situazione imbarazzante che devi affrontare creandoti un nuovo orizzonte sociale, magari più ristretto, più concreto, comunque diverso dal comune sentire. Ennio Flaiano invocava il miracolo per riuscire ad amare la sua Luisa, malata di encefalite subito dopo la nascita; Emmanuel Mounier considerava la nascita della figlia Francesca, un dono inviato dal Cielo; qualche altro si rinchiude in se stesso fino a rovinarsi l’esistenza, o addirittura scappa via, abbandona il tetto coniugale.
E’ evidente che ignoriamo i passi da gigante che hanno fatto questi ragazzi negli ultimi decenni. Filosofi di fama internazionale che si atteggiano a eugenisti come l’animalista Peter Singer, spacciando la mansuetudine e la tolleranza di questi ragazzi con supposte incapacità e sofferenza a vivere suggeriscono di sopprimerli prima di nascere. Ignorano che Fabio ed altri compagni come lui lavorano, sono resistenti alla fatica, praticano sport e amano realmente. Ignorano o fingono di ignorare che alcuni di essi praticano anche attività agonistiche. La 39enne Daniela di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 27enne Mauro di Cagliari è campione nazionale di pattinaggio. Axel di Prato, appena diciassettenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Giovanni di Chieti canta in un perfetto inglese e si cimenta in balli di gruppo riscuotendo successi nei cabaret locali. Che dire della trentacinquenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”. E’ il grido di maturazione di questi ragazzi cresciuti all’ombra di internet, di televisione e di genitori responsabili: essi vogliono vivere come tutti, senza subire infingimenti.
Un’indagine del CENSIS dell’ottobre scorso dichiarava che nella quasi totalità degli italiani (il 94,3%) le persone disabili suscitano sentimenti positivi come la solidarietà e l’ammirazione per la loro tenacia e determinazione di rendersi utili. Mentre è legittimo che il 54,6 per cento prova paura per l’eventualità di potersi trovare un giorno a dover sperimentare la disabilità nella propria famiglia. Non trovo però plausibile che per il 23,3% del campione la disabilità intellettiva susciti “paura”, da far subire in queste persone discriminazione e solitudine. Non tutti sanno che se ben accettati, al loro fianco puoi far fronte ad ogni evenienza. Saranno loro a darti la forza di reagire alle avversità. È comunque un evento che ti afferra per i capelli e ti proietta in un mondo nuovo. In un mondo violento, i down sono la nuova risorsa: sono le nostre cartine di tornasole con cui puoi misurare lo spessore umano di chi ti avvicina. Nella stessa indagine si sottolinea la convinzione generalizzata (il 58% degli intervistati) che il down abbia ancora un’aspettativa di vita limitata, al massimo 40 anni, mentre in realtà oggi è cresciuta superando i 60 anni.
La verità è che nella nostra cultura essere sani, belli, tonici, senza grassi né cellulite sono segni di affermazione sociale, e non ci si rende conto che tutto questo può essere utile ad uno specchio, non a una società sempre più povera di verità e di calore umano: sentimenti troppe volte confusi con il culto del forte e dell’intelligente in cui il ‘diverso’, in certi contesti è condannato all’isolamento sociale. Siamo stati abituati a considerare i down persone non normali, in quanto partiamo dal presupposto che ciò che noi intendiamo essere normalità sia il metro di valutazione universale. Una convinzione che costringerebbe questi ragazzi ad essere e rimanere come sono percepiti nel nostro immaginario, aspettandoci che facciano cose da down. Poiché essi hanno aspetto, comportamenti e atteggiamenti diversi da chi vive un’esistenza ‘normale’, li incaselliamo e adottiamo nei loro confronti stupide convenzioni comportamentali che non li aiuta a crescere, ma soprattutto, non aiuta noi.
Se invece cominciassimo a pensare che poi non è tanto diverso dai cosiddetti normodotati, che ha problemi esistenziali come chiunque, e il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare, dalle sue attività e dunque dalla qualità della sua vita, forse impareremo a conoscere meglio noi stessi. Egli è una persona che esige rispetto perché, per natura, rispetta chiunque, specie se in difficoltà come lui e, contrariamente agli stereotipi che gli abbiamo cucito addosso, è capace e cosciente. Cominciamo anche a sfatare il luogo comune secondo cui egli sia una persona felice perché mostra disinvoltura e allegria. Non sempre è così. Quando diventa adulto, si pone domande come chiunque; riflette sul suo futuro ma non sa progettarlo perché è per natura tributario di chi gli sta accanto e tale potrebbe restare con le sue ansie: non riesce a decifrarle e se è in grado, per non tubarci le camuffa. Egli saprà soltanto accettare o rifiutare quanto gli si propone, sta a noi capirlo, tenendo presente che in questa figura si condensa la fragilità e la resistenza dell’essere umano. Diventa pertanto nostro dovere sentire l’obbligo morale di ricambiare l’affetto che egli ci offre senza la pretesa di un tornaconto, perché ha bisogno di noi e non riuscirà mai a serbare rancore, nemmeno se riceverà delle contrarietà. In questo, forse solo in questo, è diverso da noi.
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(1) F. Pugliarello, "Fabio, lo specchio nascosto" (testimonianze di viaggi) Centro Editoriale Toscano, Firenze 2009, pp. 33-36.
(2) G. Basano, “Nicola, un’adozione coraggiosa”, Rosemberg & Sellier, Torino 1999, p. 28
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venerdì 4 marzo 2011
Difendiamo i bambini down
da: http://www.ragionpolitica.it/cms/index.php/201103034049/attualita/in-difesa-dei-bambini-down.html di giovedì 03 marzo 2011
Mentre siamo sommersi da notizie di rivolte e di massacri provenienti dal mondo islamico, al parlamento francese, in occasione della revisione della legge sulla bioetica, tra il silenzio e l'indifferenza dei media si sta consumando l'ennesimo tentativo di soppressione di feti innocenti, affetti da sindrome di Down. Di questo fatto ce ne informa il ginecologo Carlo Bellieni, secondo cui è stato bocciato un emendamento tendente a informare e sostenere la donna sul futuro del suo bambino diagnosticato con sindrome di Down. Proprio quando necessita di maggiore conforto, la donna viene abbandonata a sé stessa, anzi le viene suggerito l'aborto terapeutico giustificato da una fantomatica sofferenza del figlio.
La questione dei bambini in situazione di handicap da eliminare prima della nascita affonda le radici nella notte dei tempi. Nei confronti del Down è più evidente, giacché alcuni lievi tratti somatici, nell'ignoranza generale, per secoli hanno tradito un'origine equivoca. Se si vuole, l'idea della discriminazione dei meno dotati e dei «malformati» potremmo farla risalire alla temperie dell'antica Grecia, in cui il senso della vita si condensava nell'invito epicureo al «godi il presente senza curarti del domani». Buona parte della cultura di allora, come per certi versi quella attuale, era improntata alla ricerca della felicità nel godere dell'attimo fuggente. Aristotele, sulle orme del grande maestro (Platone), nel libro VII della Politica, giustificando i pregiudizi schiavistici e misogini, tipici della cultura precristiana, al riguardo suggeriva che l'organizzazione della società avrebbe dovuto rispettare la natura umana che impone la superiorità del più forte sul più debole, sì da predisporre «una legge che proibisca alle famiglie di allevare figli malformati».
Questa etica selettiva prosperò a lungo, radicandosi, a fasi alterne, nei cicli storici successivi. In seguito, come noto, sul presupposto dell'edificazione di una razza «pura» furono elaborate folli teorie, presunte superiorità genetiche e di selezione, generando la persecuzione dei meno dotati, dei meno produttivi, o comunque di chi avesse presentato un comportamento ritenuto deviante. La scoperta del Dna e la successiva manipolazione del genoma (è più facile individuare un embrione con difetto genetico come la trisomia 21), tra il silenzio e l'indifferenza generale, hanno fatto il resto, inducendo un'ansia esistenziale nelle famiglie di queste persone. Ricordiamo solo due personaggi di grande levatura morale e culturale come Arthur Miller e Albert Einstein, che vivranno nell'ossessione del senso di colpa per aver abbandonato in Istituti i propri figli disabili. Il film Figlia del silenzio, tratto dall'omonimo romanzo di Kim Edwards e riferito a un fatto accaduto in Inghilterra negli anni Sessanta, è la sintesi di quest'ansia.
Il primo tentativo di fermare questo scempio disumano si è avuto con la scoperta della causa della sindrome di Down da parte francese Jerome Lèjeune, che la individuò in un'anomalia del ventunesimo cromosoma. La figlia Clara ci riferisce che il padre definì «l'aborto praticato su bambini così socievoli, così allegri, così fanciulleschi, uno dei crimini più abominevoli», si batté come un leone perché finisse questa discriminazione e, prevedendo il facile riconoscimento in vitro, sperò che un giorno, come per la spina bifida, si potesse curare in utero. Purtroppo lo sfortunato luminare assisterà impotente allo snaturamento della sua scoperta. Difatti, negli anni Settanta, proprio in Francia una proposta di legge apre il dibattito sull'«eliminazione di neonati imperfetti». In quell'occasione l'illustre genetista, dopo essere stato applaudito dai grandi della Terra, candidato al premio Nobel, nominato esperto di genetica umana nell'Oms e successivamente primo presidente dell'Accademia Pontificia per la Vita, fu oscurato dai media di tutto il mondo e negletto da gran parte dei suoi stessi colleghi per essersi opposto tenacemente al progetto di legge sull'aborto.
Eppure il down di oggi potrebbe rappresentare lo specchio della nostra coscienza. I nati dopo gli anni Sessanta possono ritenersi ragazzi fortunati, giacché per una sempre più larga parte dell'opinione pubblica rappresenta un valore. La ragione di quest'apprezzamento sta nel fatto che il livello di conoscenza sulle loro potenzialità è cresciuto in modo esponenziale proprio grazie a quelle associazioni di famiglie di disabili e di esperti alle quali i radical-chic francesi vogliono impedire l'accesso alle cliniche ginecologiche. I Down non sono come una certa cultura e certi accademici vorrebbero dipingerli, lasciando intuire che essi farebbero parte di una sottospecie umana «sofferente, priva di raziocinio e di autocoscienza, incapace di comunicare e di produrre». Dal punto di vista della qualità della vita, possiamo affermare che utilizzando le proprie capacità (o abilità) i Down sono in grado di raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone.
pugliarello@ragionpolitica.it
francesco2002.pf@libero.it
Mentre siamo sommersi da notizie di rivolte e di massacri provenienti dal mondo islamico, al parlamento francese, in occasione della revisione della legge sulla bioetica, tra il silenzio e l'indifferenza dei media si sta consumando l'ennesimo tentativo di soppressione di feti innocenti, affetti da sindrome di Down. Di questo fatto ce ne informa il ginecologo Carlo Bellieni, secondo cui è stato bocciato un emendamento tendente a informare e sostenere la donna sul futuro del suo bambino diagnosticato con sindrome di Down. Proprio quando necessita di maggiore conforto, la donna viene abbandonata a sé stessa, anzi le viene suggerito l'aborto terapeutico giustificato da una fantomatica sofferenza del figlio.
La questione dei bambini in situazione di handicap da eliminare prima della nascita affonda le radici nella notte dei tempi. Nei confronti del Down è più evidente, giacché alcuni lievi tratti somatici, nell'ignoranza generale, per secoli hanno tradito un'origine equivoca. Se si vuole, l'idea della discriminazione dei meno dotati e dei «malformati» potremmo farla risalire alla temperie dell'antica Grecia, in cui il senso della vita si condensava nell'invito epicureo al «godi il presente senza curarti del domani». Buona parte della cultura di allora, come per certi versi quella attuale, era improntata alla ricerca della felicità nel godere dell'attimo fuggente. Aristotele, sulle orme del grande maestro (Platone), nel libro VII della Politica, giustificando i pregiudizi schiavistici e misogini, tipici della cultura precristiana, al riguardo suggeriva che l'organizzazione della società avrebbe dovuto rispettare la natura umana che impone la superiorità del più forte sul più debole, sì da predisporre «una legge che proibisca alle famiglie di allevare figli malformati».
Questa etica selettiva prosperò a lungo, radicandosi, a fasi alterne, nei cicli storici successivi. In seguito, come noto, sul presupposto dell'edificazione di una razza «pura» furono elaborate folli teorie, presunte superiorità genetiche e di selezione, generando la persecuzione dei meno dotati, dei meno produttivi, o comunque di chi avesse presentato un comportamento ritenuto deviante. La scoperta del Dna e la successiva manipolazione del genoma (è più facile individuare un embrione con difetto genetico come la trisomia 21), tra il silenzio e l'indifferenza generale, hanno fatto il resto, inducendo un'ansia esistenziale nelle famiglie di queste persone. Ricordiamo solo due personaggi di grande levatura morale e culturale come Arthur Miller e Albert Einstein, che vivranno nell'ossessione del senso di colpa per aver abbandonato in Istituti i propri figli disabili. Il film Figlia del silenzio, tratto dall'omonimo romanzo di Kim Edwards e riferito a un fatto accaduto in Inghilterra negli anni Sessanta, è la sintesi di quest'ansia.
Il primo tentativo di fermare questo scempio disumano si è avuto con la scoperta della causa della sindrome di Down da parte francese Jerome Lèjeune, che la individuò in un'anomalia del ventunesimo cromosoma. La figlia Clara ci riferisce che il padre definì «l'aborto praticato su bambini così socievoli, così allegri, così fanciulleschi, uno dei crimini più abominevoli», si batté come un leone perché finisse questa discriminazione e, prevedendo il facile riconoscimento in vitro, sperò che un giorno, come per la spina bifida, si potesse curare in utero. Purtroppo lo sfortunato luminare assisterà impotente allo snaturamento della sua scoperta. Difatti, negli anni Settanta, proprio in Francia una proposta di legge apre il dibattito sull'«eliminazione di neonati imperfetti». In quell'occasione l'illustre genetista, dopo essere stato applaudito dai grandi della Terra, candidato al premio Nobel, nominato esperto di genetica umana nell'Oms e successivamente primo presidente dell'Accademia Pontificia per la Vita, fu oscurato dai media di tutto il mondo e negletto da gran parte dei suoi stessi colleghi per essersi opposto tenacemente al progetto di legge sull'aborto.
Eppure il down di oggi potrebbe rappresentare lo specchio della nostra coscienza. I nati dopo gli anni Sessanta possono ritenersi ragazzi fortunati, giacché per una sempre più larga parte dell'opinione pubblica rappresenta un valore. La ragione di quest'apprezzamento sta nel fatto che il livello di conoscenza sulle loro potenzialità è cresciuto in modo esponenziale proprio grazie a quelle associazioni di famiglie di disabili e di esperti alle quali i radical-chic francesi vogliono impedire l'accesso alle cliniche ginecologiche. I Down non sono come una certa cultura e certi accademici vorrebbero dipingerli, lasciando intuire che essi farebbero parte di una sottospecie umana «sofferente, priva di raziocinio e di autocoscienza, incapace di comunicare e di produrre». Dal punto di vista della qualità della vita, possiamo affermare che utilizzando le proprie capacità (o abilità) i Down sono in grado di raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone.
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