martedì 7 dicembre 2010

Chi è il down oggi?

Nessuna famiglia può appendere il cartello
“Qui non ci sono problemi"



In un tempo caratterizzato da profondi mutamenti culturali in cui tutti si confessano pubblicamente, mettendo a nudo il proprio passato, i sentimenti, le emozioni anch’io ho sentito il bisogno di rendere pubblica una testimonianza di vita vissuta con un figlio ‘speciale’. Lo faccio con il pudore di padre colpito nell’intimo da un evento che sconvolge nel veder nascere una creatura considerata ‘non normale’.

Descrivere cosa significa essere genitore di un ragazzo down non è facile perché spesso si scivola tra il pietismo e l’esaltazione che non aiutano a comprendere.

Chi ha di questi figli sa che si parla di persone meravigliose, tra loro eterogenee, che ragionano col cuore e al cuore, talvolta difficili da capire e da gestire, anche perché condizionati dall’impulsività genitoriale. Chi ha vissuto a lungo con loro ha alle spalle esperienze di vita che arricchiscono e di cui non potrà più farne a meno; sa che quando rivolgi loro uno sguardo, una parola o un sorriso te li restituiscono ingigantiti, sa che non conoscono la malizia e la cattiveria. Nondimeno chi ha avuto contatti con questi ragazzi, anche brevi, ne sente la mancanza perché è stato contagiato dall’Amore, quello vero, quello puro, quello che fa sentire l’impulso di testimoniare un sentimento che purtroppo sta divenendo sempre più raro.

Negli ultimi tempi si è scritto abbastanza sulle barriere associate al ritardo mentale, sul modo di affrontarle e abbatterle. Non ci si è però soffermati, se non marginalmente, su come un genitore, un parente, la società vivono questo cruccio relativamente al contesto emotivo del soggetto affetto da sindrome di Down e su come il soggetto medesimo vive questo disagio. La scarsa diffusione e talvolta poco accessibile letteratura in merito impongono un tipo di ragionamento che va per tentativi.

E’ sempre un insuccesso concepire un handicappato, una provocazione della natura che procura un sordo dolore periodicamente riaffiorante nella madre per un senso d’inefficienza, e nel padre per una ferita narcisista. Questi sentimenti li ritroviamo ben scolpiti e documentati in chi riesce a esprimerli, come certi personaggi più dotati colpiti da questo evento che hanno accolto figli disabili, anche con sofferenza, come il filosofo Emmanuel Mounier e lo scrittore Ennio Flaiano.

La venuta di un disabile ti sconvolge l’esistenza; con te padre e con te madre gli altri cambiano registro, ti riservano un comportamento diverso perché per loro sei un ‘diverso’, come tuo figlio, perché ritenuti persone scomode; perché sei la pietra di paragone delle sue certezze, ti osservano e ti considerano come uno da assistere, da compatire, da mettere da parte “perché,…chiuso nella sicurezza del tuo essere normale, sei cieco di fronte alla precarietà della vita, hai paura di immergerti, la guardi in uno specchio che ti seleziona le immagini in modo da non esserne turbato” – è la denuncia che un giorno lanciò Giulia Basano nei confronti della società quando adottò un disabile, “Nicola, un’adozione coraggiosa”-. E’ una situazione imbarazzante che devi affrontare creandoti un nuovo orizzonte sociale, magari più ristretto, più concreto, comunque diverso dal comune sentire. Flaiano invoca il miracolo per riuscire ad amare la sua Luisa, malata di encefalite subito dopo la nascita, Mounier, considera la nascita della figlia Francesca un dono inviato dal Cielo che traccia la via per il paradiso, qualche altro ancora si rinchiude in se stesso fino a logorarsi nella nevrosi: queste nascite sono sempre e comunque un evento che ti afferra per i capelli e ti proietta in un altro mondo.

Essere sani, belli, tonici, senza grassi né cellulite può essere utile ad uno specchio ma non a una società sempre più povera di verità e di calore umano: sentimenti, questi ultimi, troppe volte confusi con il culto del forte e dell’intelligente ed in cui il ‘diverso’, in certi contesti, è condannato all’isolamento sociale. Siamo stati abituati a considerare i down persone non normali, in quanto partiamo dal presupposto che ciò che noi intendiamo essere normalità sia il metro di valutazione universale. Una convinzione che costringe questi ragazzi ad essere e rimanere come sono percepiti nel nostro immaginario, aspettandoci che facciano cose da down. Poiché essi hanno aspetto, comportamenti e atteggiamenti diversi da chi vive un’esistenza ‘normale’, li incaselliamo e adottiamo nei loro confronti stupide convenzioni comportamentali che non li aiuta a crescere, ma soprattutto, non aiuta noi.

Cominciamo intanto a pensare che il down non è molto diverso dagli altri, che ha problemi esistenziali come chiunque e che il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare, dalle sue attività e dunque dalla qualità della sua vita; cominciamo anche a sfatare il luogo comune secondo cui egli sia una persona felice perché mostra disinvoltura e allegria. Non sempre è così. Quando diventa adulto, si pone domande come qualunque persona consapevole; riflette sul suo futuro ma non sa progettarlo perché è per natura tributario di chi gli sta accanto e tale potrebbe restare, in balia di chi deciderà per lui con le sue ansie: non riesce a decifrarle o, per non tubarci, le camuffa. Egli saprà soltanto accettare o rifiutare quanto gli si propone, sta a noi capirlo, tenendo presente che in questa figura si condensa la fragilità e la resistenza dell’essere umano. Diventa pertanto nostro dovere sentire l’obbligo morale di ricambiare l’affetto che egli ci offre senza la pretesa di un tornaconto, perché ha bisogno di noi e non riuscirà mai a serbare rancore, nemmeno se riceverà delle contrarietà. In questo, forse solo in questo, è diverso da noi.

da "Lo specchio nascosto dentro di noi" (in rielaborazione radicale)

domenica 28 novembre 2010

Intuito e ragione nel disabile intellettivo

E’ noto che questi ragazzi sono guidati più dal cuore che dalla testa. Spesso si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro decisioni dettate prevalentemente dall’istinto. Alcune volte ci sottopongono delle domande apparentemente assurde che per loro hanno un senso, ma che sfuggono al nostro raziocinio; altre, invece, si piccano su delle futilità da lasciare interdetti.
Una prevalente corrente di pensiero che fa capo al nobel delle neuroscienze, Eric Kandel, riportando indietro l’orologio della conoscenza empirica, sostiene che molte produzioni che hanno lasciato un segno tangibile sono state concepite più che dalla ragione, da meccanismi che passano dalle emozioni. Questo è evidente negli artisti, nei romantici, nei pittori che, secondo Kandel, stanno a testimoniare i limiti del raziocinio.
Lo studioso, con una lunga serie di esempi (che qui non riprendo), ci dimostra che la parte emotiva del cervello è molto più raffinata e completa di quella logico-razionale, poiché è stata “meravigliosamente rifinita” dall’evoluzione delle ultime centinaia di migliaia di anni: è quella che Gustav Jung chiamava “intelligenza emotiva” della nostra personalità e collocava nell’emisfero destro del cervello, complementare all’altro emisfero che presiede l’ambito dell’”intelligenza razionale”.
Come in ogni opinione anche questa ha il suo rovescio. È, secondo Kandel, il motivo per cui ci aggrappiamo all’illusione del razionale. Difatti, “quando l’istinto sbaglia, sbaglia di brutto, e questo sbaglio ci fa sentire traditi”. Solo allora invochiamo la ragione. In altre parole, se la parte emozionale è predominante, incontrollabile tanto da prevalere sulla parte logica che è debole, scarsamente volitiva, quest’ultima può facilmente capitolare sotto la pressione di una tempesta emotiva.
Prendendo per buono quanto sostenuto da questo studioso, dovremmo concludere che quando i nostri ragazzi si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro azioni istintive, non è detto che siano in errore. D'altronde a supporto delle ricerche qualunque scienziato usa formule, che a loro volta furono precedute dall’intuito!
Poiché è il sentimento a guidare i nostri ragazzi, piuttosto che il pensiero astratto, è opportuno che le loro suggestioni vadano filtrate alla luce della ragione; purtroppo è difficile per noi “adulti”, che spesso le illusioni le abbiamo lasciate per strada da un pezzo, seguirli su questa strada per quanto sarebbe necessario, soprattutto con il giusto atteggiamento.
Per questi motivi penso che ogni genitore che segue con amore il processo evolutivo del proprio figlio, dovrebbe sforzarsi di capire che non sempre è bene frenarlo nelle proprie suggestioni che potrebbero avere delle motivazioni fondate, ma che a noi magari sfuggono. Dalla frequentazione di questi ragazzi ho imparato che liberare l’istinto e agevolare la spontaneità è la via migliore per seguire il proprio talento e quindi la via maestra per raggiungere la felicità. Allora, perché non imitarli? Perché forzare la loro natura? Perché spingerli ad imitare qualcun’altro?
Talvolta, senza che ce ne accorgiamo, certi slanci affettivi possono assumere anche il significato di una richiesta di dialogo, di verifica del proprio pensiero; perciò, non accettare una loro spontaneità, specie nel caso del figlio unico, può essere causa di disturbo nel loro equilibrio emotivo da indurre atteggiamenti maniacali.

Francesco Pugliarello da "Lo specchio nascosto..."

venerdì 27 marzo 2009

Matrimonio negato a un paraplegico

Il vescovo di Viterbo rifiuta di celebrare le nozze di una coppia. Lui è paraplegico, non può garantire potenza procreativa.
La notizia colpisce davvero molto.
Non tanto perché fa scoprire che ora la Chiesa se la prende pure con le persone diversamente abili (o forse in Vaticano preferiscono chiamarle “disordinatamente abili”, ricalcando la definizione degli omosessuali come “moralmente disordinati”?). Insomma, un odio in più qua, una fobia in più là... alla fine che differenza fa? Il fatto che all'antisemitismo, alla misoginia, all'islamofobia, all'omofobia, a tutte queste amenità che hanno caratterizzato la storia millenaria della Chiesa, si aggiunga pure l'handifobia ( parola davvero brutta, ahimè...) non è che cambi molto le cose, in fin dei conti.
No, quello che crea sgomento (beh, insomma, più che altro una sorpresa un po' sbigottita, a dire il vero) è immaginare una giovane coppia cattolica che decida di sposarsi.
Come ben sappiamo (e come questa tristissima vicenda ci ricorda), per la Chiesa il matrimonio è finalizzato solo ed esclusivamente alla procreazione. Dunque, la Chiesa considera un vero e proprio non-sense il matrimonio tra persone che, per qualsiasi ragione (impotenza, paraplegia, omosessualità...), non possano procreare. E di conseguenza esclude dal matrimonio queste persone.
Il matrimonio cattolico è un sacramento. E quindi va preso molto sul serio. Non è cosa su cui scherzare, giocare o “provare e poi chissà”. Immagino quindi che ogni pia coppia cattolica debba essere richiamata alla necessità di accertarsi, prima di sposarsi, che entrambi i componenti siano potenzialmente in grado di generare prole, al fine di evitare di utilizzare un sacramento senza che si possano produrre le finalità per le quali esso è concepito. Insomma, è importante accertarsi con adeguata sicurezza della fertilità dei promessi sposi. E questo si può fare con semplici esami clinici.
Ora, io non sono né un teologo né un medico, ma mi sembra che una grande minaccia si profili all'orizzonte. O forse sono io a sbagliarmi (e quindi ringrazio tutti coloro che saranno così gentili da segnalare nei commenti ogni tipo di errore o di imprecisione presente in questo post).
Dicevo... Io di come la teologia affronta il tema delle analisi sulle cellule uova non so praticamente nulla. So qualcosina di più sui “cugini” spermatozoi. E proprio attorno a questi birichini nasce l'intoppo.
Per determinare clinicamente la fertilità del maschio biologico, a quanto ne so, non si può fare a meno della “materia prima”: lo sperma. Sostanza producibile con semplicità e in abbondanza, di solito. Ma i cattolici (quelli che davvero seguono i dettami della Chiesa Cattolica Romana, non quelli che vanno a messa e pregano Padre Pio per hobby) sono abbastanza “insoliti”. E per loro raccogliere quella minima quantità di sostanza bianca utile alle analisi è decisamente complesso.
La soluzione più semplice, la masturbazione, è ovviamente esclusa: è peccato grave e rende ciechi (e poi non si potrebbero più ammirare le splendide scarpette trendy di S.S. Ratzinger?).
L'eiaculazione cattolica può avvenire solo durante una penetrazione pene-vagina.
In questo caso, come consigliano i medici cattolici, è possibile raccogliere cattolicamente lo sperma all'interno di preservativi cattolicamente bucati... e che i buchi siano abbastanza larghi, mi raccomando (non è uno scherzo: http://www.zenit.org/article-11294?l=italian).
Tutto bene? Non proprio. Perché l'eiaculazione cattolica può avvenire solo all'interno della coppia sposata.
Ricapitolando: il maschietto della coppia cattolica può produrre (e poi raccogliere) sperma solo attraverso una pratica permessa esclusivamente tra persone sposate. Il problema è che a lui serve raccogliere lo sperma prima di sposarsi!
Non gli rimangono che tre strade:
1) commettere peccato masturbandosi o, peggio, con il sesso pre-matrimoniale;
2) sposarsi senza sapere se si è fertili, quindi rischiando di concludere un matrimonio che va contro alle sue sacre finalità;
3) rinunciare al matrimonio (e con esso al sesso e alla procreazione).
Personalmente, non mi piace pensar male di nessuno. E quindi sono sicuro che tutte le coppie cattoliche siano così pie, coerenti e devote ai dettami della Santa Chiesa da rinunziare alla tentazione offerta dalle prime due alternative. Sicuramente sceglieranno la terza strada, accettando la croce che con amore il Signore offre loro.
E così i cattolici non procreeranno più. Sarà la loro grande estinzione .
Dispiace un po', in fondo in fondo. Però questo è il destino di tutti i dinosauri.

Da Pandemonium http://noirpink.blogspot.com/2008/06/attualit-il-matrimonio-negato-e-la.html

Quando la Chiesa si decide ad emarginare i vecchi prelati?

Da lunghissimo tempo la cosiddetta impotentia coeundi è uno degli impedimenti che rendono nullo un matrimonio cattolico. Questo non perché la procreazione sia l'unica finalità (è dagli anni '60 che la chiesa ha cambiato leggermente la forma: la prima finalità è l'amore, la seconda è la procreazione, ma sono da considerarsi unite e inscindibili)(Cfr.Codice di Diritto Canonico,canone 1084-2).

“Se l'impotenza è dubbia prima delle nozze, il matrimonio non può essere impedito né dichiarato nullo”, è il parere di Gerardo Ronzoni, professore d'Urologia all'Università Cattolica del Sacro Cuore e primo presidente, nel 1980, dell'Associazione Italiana Paraplegici. Ronzoni, ha vari lavori scientifici alle spalle sul tema della disabilità e sessualità, ha diretto dal 1992 al 2003 ha diretto il reparto di Uro-Chirurgia per paraplegici del Policlinico Gemelli: ora è vice presidente dell'associazione "Handicap Noi e Gli Altri": e dirige l'Unità Operativa di Chirurgia Urologica del Gemelli presso il Complesso Integrato Columbus.
http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Senza_Barriere/Interviste_e_personaggi/info-2126083171.html

E' probabile che il vescovo era all’oscuro di questo parere scientifico o, da buon zelante burocrate, ha proceduto secondo i dettami canonici preconciliari: si dà il caso che la chiesa è ancora piena di settantenni e ottantenni nostalgici.
Sono andato a riscontrare anche il comunicato successivo della Curia in cui spiega che i fatti non si sono svolti come raccontati dai media. In un comunicato della curia viterbese, peraltro molto sibillino, concordato con gli interessati, si legge: “I termini della questione non sono quelli raccontati; a chi di dovere sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende nè da discrezionalità nè dall'intenzionalità dei soggetti”. Ribadisco che, anche se comprese nel Codice del Diritto Canonico, certe regole sono inique, vessatorie e umanamente sorpassate.

In ogni caso i due si sono sposati dopo due mesi in municipio. Come si vede l'amore tra i due giovani ha resistito anche di fronte alle difficoltà e al dramma. In ogni caso il Vescovo burocrate poteva ufficializzarlo anche davanti a Dio se questo era un loro desiderio, e non credo siano le leggi degli uomini (perché il diritto canonico è stato stilato da uomini) a poter decidere questo. E’ uno dei motivi per cui il Codice di Diritto Canonico va cambiato, come nel tempo la chiesa ha cambiato molto dei suoi dogmi.

martedì 11 marzo 2008

Impulsi ed emozioni relativi alla problematica sessuale nel ragazzo Down

“All’inizio il mondo era il Sé sotto forma di una persona.
Si guardò intorno e non vide che se stesso. Dapprima gridò: “Io sono”,
e poi si spaventò; poiché ognuno è atterrito quando è solo
”.
da le UPANISHAD



“La sessualità è un’occasione di crescita personale”.
“È la libertà di prendere decisioni per la propria vita”.
E ancora,
“È una grande organizzatrice della vita umana” (F. Veglia).
“È il motore di tutte le autonomie, di tutte le abilità latenti”(J. Baldaro Verde).
“Privare un essere dell’amore, vuol dire privarlo del piacere di vivere” (A. Mannucci).
“I genitori temono ogni cambiamento sia per l’autonomia sia per quella sessuale” (G. Castelli).
Non v’è dubbio che in tema di sesso e di relazione sentimentale i nostri figli vivono un dramma esistenziale. A vedere la cosa dall’esterno, la gente è scettica e incredula quando nota una coppia di ragazzi disabili passeggiare per le strade. Dall’interno, la fragilità affettiva - caratteristica del ritardo mentale - determina insicurezza e bisogno di protezione e in alcuni casi di forte dipendenza. Questo bisogno è legato alla consapevolezza di non poter provvedere da soli alle proprie esigenze, e di avere a disposizione dei riferimenti concreti nei momenti di necessità. Ancor più triste è sapere che siamo noi genitori a porre dei limiti a questi giovani che manifestano il loro amore per qualcuno; come più volte ho cercato di sottolineare, il motivo principale è in una forma di ignoranza diffusa e di ancestrali preconcetti. Nel mondo contemporaneo, in cui la libertà sta travalicando i limiti elaborati dal buon senso comune, non sempre ci si rende conto che il rapporto d’amore non è solo fare sesso, ma soprattutto un progetto di vita con l’altro, incardinato in un’intesa dove il conforto, l’aiuto e il mutuo scambio di affetto e di amore si intrecciano simbioticamente.
La problematica affettivo-sessuale nei disabili è venuta alla luce molto tardi e pertanto ci coglie tutti impreparati. Se qualcosa sta cambiando, il merito va attribuito a quei disabili che sono riusciti a esprimere le loro esigenze nella globalità di persona.
Anche in questo settore, fu solo negli anni settanta che si iniziò a prendere coscienza del diritto all’amore del disabile; quando cioè cominciarono a essere organizzati una serie di convegni dove veniva denunciata la condizione di emarginazione in cui versavano queste persone.
Il primo incontro storico, peraltro incentrato sul versante dell’handicap motorio, incentrato sul diritto all’eros per i “minorati”, fu promosso da Rosanna Benzi e dalla sua equipe di operatori (11).
Perché possiamo trovare in letteratura qualcosa di specifico e avviare un discorso sul riconoscimento della sessualità nei soggetti con ritardo mentale, dobbiamo però attendere la seconda metà degli anni novanta, anni in cui cominciano a circolare nelle sale cinematografiche dei cortometraggi elaborati da alcune associazioni di famiglie volontarie. Tuttavia, sebbene nel 1999 cinque coppie down ottenessero la palma d’oro a Venezia per la miglior recitazione parlando dei loro sentimenti, del loro amore fatto di slanci, fisicità, desideri, speranze, ancora non si può dire che la loro sessualità sia riconosciuta nel corpo sociale: la tematica restava relegata nel chiuso delle associazioni o nelle tesi di laurea di qualche volenteroso(12).
Da più parti si fa rilevare che la scarsa informazione in merito sia dovuta soprattutto ad un elevato pudore che coinvolge emotivamente gli stessi genitori, e di conseguenza avrebbe indotto il mondo mediatico-scientifico a disinteressarsene, condannando queste creature al ruolo grottesco di eterno bambino. Ma non è così perché è stato accertato che gran parte di questi soggetti, specialmente con disabilità lievi, avvertono abbastanza presto l’esigenza di avere una vita sentimentale autonoma e oggi, più di un tempo, essi rivendicano il diritto a crescere, a scrollarsi di dosso lo stereotipo che li vuole eterni Peter Pan, per raggiungere la massima autonomia possibile e diventare finalmente ‘persona’, tanto che “…qualche volta essi hanno dimostrato anche la capacità di portare avanti un rapporto amoroso con un partner” (13).
A Firenze si conosce una unione matrimoniale fra due giovani down che per seguire uno dei fratelli attualmente risiedono all’estero. “Elena e Mario - mi dice la madre della ragazza - vivono una permanente luna di miele, difficilmente riscontrabile nei rapporti coniugali…”. I casi come Elena e Mario sono molto rari. L’importante è che ci sono. Dobbiamo inoltre constatare che la reticenza con cui questo delicato problema viene affrontato, subisce un forte ‘empasse’ su vaste aree del nostro territorio, per cui troviamo delle disparità abissali da provincia a provincia.
Non a tutti è noto che per superare le resistenze a queste unioni, da pochi anni è intervenuta una legge di rilievo internazionale. Essa prevede di estendere la piena attuazione della Carta costituzionale anche a chi presenta delle disabilità al fine di “eliminare le discriminazioni in tutte le questioni che riguardano il matrimonio, la famiglia, la paternità e le relazioni personali, sulla base di eguaglianza con gli altri, in modo da assicurare ogni diritto in età di matrimonio, sposarsi e fondare una famiglia sulla base del consenso libero e pieno dei contraenti”(14).
Tornando a Fabio, quanto osservato finora (sul desiderio di unione con l’altro sesso) trova conferma in un passo dei primi anni novanta rinvenuto tra le sue carte ‘segrete’ che avevo conservato con cura. Leggo tra l’altro:
“…ho impazienza di crescere perché, una volta diventato maggiorenne potrei andarmene da casa, perché così mi potrei costruire una vita da solo…, una volta trovato il lavoro io mi vorrei sposare…”
E’ chiaro che i disabili mentali hanno bisogno di chi si esprima per loro, perché la loro limitata scaltrezza ed anche il pudore non sempre consentono di manifestare apertamente e compiutamente ai propri genitori certe esigenze, costringendoli a vivere di sogni e di fantasie. Certamente questo è dovuto a problemi organizzativi, ma soprattutto al fatto che non si è mai voluto pensare che anch’essi hanno, come tutti, gli stessi bisogni e istinti.
Chi ha avuto modo di incontrare qualcuno di questi ragazzi avrà sperimentato che il loro approccio è caratterizzato da gesti dal forte significato affettivo con abbracci e baci distribuiti a piene mani, specie quando gli si mostrano delle attenzioni che, oltre ad una richiesta di protezione, principalmente sono gesti che ineriscono la sfera di cui stiamo parlando. Attrazione, innamoramento, corteggiamento, sono sensazioni che ogni essere umano sente sin da piccolo, e meritano grande attenzione. Non a caso Erich Fromm ne “L’arte di amare” dice che il bisogno di amare sorge dalla sensazione di solitudine o di separazione da qualche cosa o da qualcuno che ci attrae.
Se però queste manifestazioni le reprimiamo o le facciamo apparire disdicevoli, rischiamo di aggiungere frustrazione a frustrazione, rabbia e ostilità; la maniera di pensare si distorce, il potenziale creativo andrà perduto dando sfogo ad atteggiamenti passivi e talvolta autodistruttivi. O addirittura, come ci ricorda Primo Levi, produrremo un “individuo infelice e socialmente nocivo”(15).
Giacché la gestione del piacere e del benessere psico-fisico è una conquista importante che coinvolge tutta la sfera emotiva del singolo, domandiamoci innanzitutto come possiamo promuovere, agevolare e gestire i loro slanci viscerali e come aiutarlo ad appropriarsi degli strumenti per realizzare una strada verso l’autonomia affettiva.
Poiché questi ragazzi, in genere, non sono avari nel concedere il loro affetto, di animo nobile e capaci di emozioni profonde, diventa centrale la necessità di procedere ad elidere la dipendenza psichica e fisica dalla famiglia e dal mondo degli anziani per essere inseriti a tutto tondo nel mondo dei coetanei. Ma quando?
È una domanda che ha un ruolo fondamentale sull’equilibrio finale del ragazzo e della famiglia, alla quale la letteratura in materia dà poche risposte pratiche ed esaustive.
Sul versante dell’integrazione sociale, i nostri figli hanno la fortuna di vivere in un Paese tra i più avanzati al mondo - a partire dalla realtà scolastica per finire a quella del lavoro - con una legislazione che fa invidia a molti paesi occidentali, ma, ripeto, su quello affettivo-emotivo il terreno è ancora tutto da esplorare.
Fortunatamente nel modo di affrontare la sessualità specialisti ed operatori all’avanguardia, ai quali compete la diffusione del sapere, ci hanno liberato dall’ignoranza presentando l’amore, l’innamoramento, il rapporto e la funzione sessuale come qualcosa di non disdicevole od osceno. Tuttavia un “sessualismo” presentato come uno strumento di cambiamento positivo delle persone e della società, come certe ideologie oggi di moda propongono, verso una “società erotica” o verso un “sesso mercificato”, diffondono disorientamento nella vita comunitaria, nell’affettività, nell’amicizia, nell’amore e nei rapporti interpersonali, familiari, sociali e spirituali.
Ciononostante, non posso trattenermi dall’indignarmi ogni volta che rifletto a che punto la repressione arriva a sconvolgere e dissipare il gusto dell’Amore, a rendere buffi e vergognosi, immaturi brancolanti inesperti, come stranieri, ispidi esagitati impacciati, o repressi, ansiosi riguardo ad uno dei pochi impulsi innati e naturali che dovrebbe essere accontentato con naturalezza e magari esercitato come il mangiare e il camminare! Per questo, in una visione integrale dell’uomo, è auspicabile dare massima prevalenza al dialogo e magari, se il caso, affrontare l’argomento in comunità ad hoc.
Il sesso - secondo William Kroger, noto psichiatra psicosomatico - è un mezzo che ci offre la gioia in luogo della confusione, la speranza in luogo della disperazione e della solitudine, […] questo di solito avviene col giusto partner e nel momento giusto. Affermazioni chiarissime, ma che ancora non ci offrono alcun indirizzo pratico.
* * *

Perché privare ancora i nostri ragazzi di queste conoscenze?
Chiarito cosa si intende per sessualità ed i suoi effetti, cerchiamo di vedere come può essere affrontato il tema in un debole mentale.
Molte, troppe sono le domande che attendono risposte di ordine neurologico e psicologico prima di poter decidere sul come e quando affrontare tale questione con i nostri ragazzi.
Prima di procedere ad una rapida disamina della tematica, bisogna fare un’ulteriore distinzione tra “fare sesso” e “amare qualcuno”. Nel primo caso, per il maschio, la risposta si risolve in un semplice accoppiamento per il soddisfacimento di un bisogno meramente fisiologico. In tal caso non sorge alcun problema come per qualunque essere vivente, se non quello del rischio di una malattia con una prostituta. Si potrà ottenere un puro e semplice rilassamento fisico che durerà poco ed il più delle volte non sarà gratificante.
Comunque anche in questo caso la problematica resta ancora irrisolta. “E’ lecito favorire l’unione di due persone portatrici di handicap”? A che pro, con quali conseguenze e che cosa si può fare per sostenerla in questo loro bisogno affinché possano vivere quest’esperienza il più serenamente possibile ? si domandano molti psicologi e i pedagoghi moderni. La risposta è sempre la stessa: “Avviarli ad una vita comunitaria”(16).
Nell’altro caso, trattandosi di ‘unione desiderata’ tra due che si amano realmente, le cose si complicano. Poiché l’amore verso qualcuno coinvolge due personalità, se stesso e l’altro, e comprende capacità complesse come responsabilità, dedizione, comprensione, rispetto dell’altro e, nel caso della femmina percezione della disponibilità e quant’altro possa soddisfare un bisogno di protezione, di sacrificio o capacità di coinvolgimento, la domanda da porsi è questa: è pronto, ovvero è in grado un debole mentale a saper gestire queste emozioni? In altre parole, per questo soggetto qual è la sessualità sostenibile? Saprà prospettarsi e progettare un futuro “insieme” dopo essere stato tenuto a lungo sotto tutela?
Pur volendolo (o volendola) assecondare con una convivenza protetta, non si sentirà, ancora una volta, una persona di serie B? Qualora accettasse di essere controllato/a, sarà in grado a sua volta di governare i “moti dell’anima” della persona amata? Come potrebbe reagire nel momento in cui si accorgesse di non essere riamato come egli o ella si era immaginato? Sarà sicuramente preso/a dalla disperazione più di chiunque altro, proprio per la difficoltà di ‘elaborare’ il sentimento del dolore. Circa la percezione del dolore, dai sondaggi emerge chiaramente per tutti gli adolescenti compresi i normodotati, una forte discrasia fra i sessi: per lei mentre il rapporto si traduceva nel piacere di essere al centro dei desideri e l’abbandono il precipitare in uno sconforto esistenziale, per lui l’aver perso l’oggetto dei suoi desideri e l’angoscia di essere lasciato solo.
Poiché l’amore può manifestarsi anche in una forma distorta, di mera conquista, di possesso, ciò non per il sesso in sé, quanto per un falso atteggiamento rispetto al fatto sessuale. Essendo, come accennavo, il rapporto amoroso-sessuale un rapporto emozionale e molto personale, mi domando se un soggetto psicologicamente fragile possa essere in grado di assorbire i colpi delle delusioni.
In tal caso bisognerebbe manifestargli massima solidarietà, mostrandogli di essere vicino ai suoi problemi, principalmente predisponendolo a saper affrontare il ‘dolore’ facendogli capire, tra l’altro, che l’amore è anche causa di sofferenze per chiunque, anche per i più dotati. Se poi si dovesse riscontrare che, nonostante gli sforzi, il ragazzo o la ragazza non riescono a realizzare il loro sogno è necessario prospettar loro con chiarezza che vi sono altre cose che possono dare la felicità, non necessariamente l’unione con una donna o con un uomo. Ciò potrà avvenire solo se sia prefigurato un sistema di compensazione.
E allora, se un trisomico non è realmente in grado di fare fronte all’altro da sé, pena uno sconvolgimento del suo già precario equilibrio emotivo, sarà bene augurarsi che mai provi cosa significhi fare all’amore?
In attesa di indirizzi pratici e di una forte presa di coscienza della famiglia, penso sia opportuno tenerli impegnati in qualche attività gratificante, prima che implodano ripiegando irrimediabilmente su se stessi, così come avveniva nei secoli scorsi per le vergini di famiglie nobili che, prima di essere “contaminate”, venivano spedite in conventi per… “farsi” suore. E, per quanto possibile, si accontentino di guardare con meraviglia l'altro/a, ringraziando il Padre Celeste dell'energia che ha dato loro. Così facendo conosceranno stati di coscienza, di poesia e di grande elevazione, e l'esistenza sembrerà loro più bella e più ricca…
Nel frattempo per mio figlio, confortato dal suo consenso, ho pensato di contattare un’Associazione che sta sperimentando degli incontri di ‘aggregazione amicali’: un club ad hoc denominato “Stasera esco” con lo scopo di mettere in contatto ragazzi e ragazze con disabilità di diversa natura. L’idea di creare un gruppo d’incontro mirato e far vivere momenti comunitari in diversi contesti, che di volta in volta, gli stessi protagonisti decidono, è sicuramente la via migliore, ma si è rivelato un metodo poco pratico.
Nonostante fossero previsti la mediazione di un professionista del settore e incontri periodici sulle emozioni a richiesta degli interessati che di volta in volta sarebbero emerse nei briefing di gruppo, per ragioni a me oscure, dopo alcuni incontri Fabio ne è uscito fuori. La stessa sorte per una ragazza che ora lavora nel ristorante dove Fabio è inserito: segno che l’argomento sessuo-affettivo non è ancora maturo, e per i ragazzi è sentito come un fattore di cui non parlare, tanto da ritenere più gratificante un impegno concreto nel sociale.
C’è addirittura chi pensa di aprire delle “Agenzie matrimoniali per disabili mentali”(17). Tutti questi esperimenti se non sono supportati da una forte presa di coscienza della società, delle famiglie e degli operatori, saranno destinati al fallimento, o al più a sopravvivere come fiore all’occhiello per aver promosso qualcosa di originale.
Dovremo concludere che, finché non riusciremo a superare i nostri timori ed essere in grado di offrire loro delle opportunità, i nostri figli lotteranno con poche speranze alla ricerca dell’affetto di un estraneo, in quanto istintivamente sentono che solo da esso dipenderà la possibilità di arrivare ad un più completo sviluppo della loro personalità, come realtà fondamentale della loro vita.

---------------

14. Il 3 marzo 2009, con Legge n. 18 il Parlamento italiano ha ratificato e reso esecutiva
la Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006. http://www.normattiva.it/
15. “La valle del Guerrino”, Einaudi 1981, pag. 205.
16. G. Castelli e V. Mariani, “L’educazione sessuale delle persone disabili”, Ares, Milano 2005, pag 108.
17. Reuven Feuerstein, “La disabilità non è un limite”, Libri Liberi, Firenze 2005, p 229.

da: F.Pugliarello, "Fabio lo specchio nascosto", CET Edizioni, Firenze 2009

martedì 12 febbraio 2008

Bimbo di italiani rifiutato all’asilo per far posto ai figli degli immigrati clandestini

Rivolgo una calorosa raccomandazione al prossimo governo che, speriamo, sia il “Popolo della Libertà”.


E’ indispensabile che il prossimo Governo ed il Parlamento ridefiniscano puntualmente le regole sull’INTEGRAZIONE DEGLI EXTRACOMUNITARI, laddove in tutti gli Stati d’Europa è fallita (tranne che in Germania), partendo dai principii che le ispirano. Il problema, di cui al titolo, viene sollevato da Carlo Panella su l’Occidentale on-line di oggi, allorché il comune di Milano ha rifiutato l’iscrizione alla scuola materna ad un bambino italiano, figlio di italiani (sarà suo figlio o il suo nipotino poco importa), mentre viene concessa via libera ai figli degli immigrati clandestini… Fatto sta che questo bambino non potrà accedere in alcuna materna di Milano perché lo ha stabilito una sentenza del Tribunale di quella città.

E’ la lampante conseguenza del vuoto normativo che governi ideologici ci hanno lasciato in eredità, concedendo così campo libero ai giudici dei Tribunali di decidere a loro piacimento, i quali a loro volta hanno per riferimento unicamente una direttiva europea, la “Convenzione dei diritti del fanciullo dell’Onu”. Si noti che la ratifica del Governo italiano è avvenuta solo ed unicamente relativamente all’abuso sessuale e allo sfruttamento sessuale (cfr.: Legge 11 marzo 2002 n. 46)
Una follia normativa quella di delegare alle Amministrazioni comunali (senza alcuna cabina di regia, senza alcun riferimento normativo del Parlamento), sì da creare il caos tra gli 8.000 e passa Comuni che, come sappiamo, si stanno regolando a loro piacimento tanto che alcuni lo consentono ed altri no, là dove non vale per i figli degli italiani che ne godono solo dalle elementari in su. Si badi bene, la circolare della Moratti non aveva affatto criteri fiscali, ma prevedeva totale discrezionalità alle scuole materne in attesa di regolarizzazione e che riguardava – salvo discrezionalità per ragioni umanitarie - solo e unicamente i bambini figli di clandestini non regolarizzabili. Come sempre, il vuoto normativo è stato prontamente riempito dalla magistratura che si è messa a legiferare, imponendo criteri tanto politically correct quanto dannosi.

Giustamente il Panella, molto civilmente, si domanda: come può il magistrato di Milano confondere l’enunciato di una Convenzione con una norma legislativa? E’ errore drammatico, di gravità eccezionale che avrà affetti sempre più dirompenti.
L’Italia è ormai un paese a immigrazione forte e matura, “mentre la sinistra si balocca nella demente illusione che il problema vada affrontato regalando soldi e moschee a imam che si rifiutano persino di dare la mano a una donna”. Una politica che ha fornito un “privilegio” di attenzione agli immigrati musulmani assolutamente immotivato rispetto agli immigrati cristiani o di altre fedi, che permette ai filo fondamentalisti e antisemiti dell’Ucoii di lucrare ampi profitti.
Se questi sono i fatti, io con lui concludiamo che è l’ennesima tegola caduta sulla testa dell’infaticabile Berlusconi che dovrà prendere il dossier in mano e svilupparlo con urgenza sin dalla prossima legislatura.
Francesco Pugliarello

lunedì 11 febbraio 2008

Una poesia. " A GESU' CRISTO"

"A gesù Cristo"

(Una boccata di ossigeno nell’asfissiante presente dalla mia cara amica).


Sulle grige pareti della scuola
quand’ero ancor piccina io ti vidi,
figura uscita da una triste fola;

per me arrivavi da lontani lidi.
Col passare degli anni, nel mio cuore
entrasti di soppiatto e poi m'avvidi

che in croce fosti messo pel tuo amore,
per riscatatre l’uomo dal peccato
e ricondurlo al Padre dalle’rrore.

Chi vien dall'ingiustzie calpestato
trova rifugio in te come in un porto;
pur l'uomo dalla malattia provato,

cerca tra le tue braccia il suo conforto.
Nei genocidi dell’eterna guerra
sei colui che rimedia ad ogni torto.

Chi t'ama gira per valli e monti,
pianure e tutti gli angoli del mondo
a mostrar della pace gli orizzonti;

ma se ti cerca pure un errabondo,
non va lontano e ti ritrova sempre
in ogni creatura sofferente.

Rosa Pia Vermiglio Negro (da: “La mia strada”, IPS Ovada, 1998

domenica 10 febbraio 2008

Handicap: la sfida dei "Ragazzi di Sipario"

– Un esempio che merita essere replicato -

La sfida lanciata appena tre mesi dall’apertura al pubblico del ristorante “I ragazzi di Sipario” a conti fatti pare stia vincendo. Il ristorante, esperienza unica in Italia, gestito da ragazzi con disabilità intellettiva e sensoriale che si chiama “I ragazzi di Sipario” ogni giorno fa il pienone. E’ situato nel cuore di Firenze, in quel borgo che nell’alto medioevo era fuori dalle mura. Il quartiere è noto per aver dato i natali a Vasco Pratolini dove, proprio in quell’antico quartiere, svolse per un certo tempo l’attività di cameriere di ristorante, divenendo poi famoso col romanzo “Le ragazze di San Frediano”.

Sarà il costo contenuto per un pranzo completo (10 euro), sarà la gioiosa atmosfera familiare che in esso si respira, fatto sta che il ristorante da 40 coperti già viaggia a pieno regime. In esso ci lavorano 17 ragazzi entusiasti di questa attività, coordinati da un “maitre” e da uno “chef” professionali. La brillante idea partorita dalla fervida mente di una famiglia, anch’essa colpita dello stesso “problema”, col sostegno della Cassa di Risparmio, ha lo scopo di avviare i ragazzi al mondo del lavoro, dando loro la meritata dignità di persone capaci. Quasi tutti provengono dalle scuole alberghiere o sono stagisti.

I ragazzi, animati da spirito di squadra e volontà di apprendere, accolgono i clienti del quartiere ma anche turisti, tanto che periodicamente i più dotati, seguono lezioni di inglese sul posto. Varcare la soglia del ristorante in via dei Serragli 104 per me ha significato entrare a contatto con un mondo in cui ogni disabilità è superata dai sorrisi e dall’impegno che questi giovani mettono nel loro lavoro.

In breve tempo questo “endroit” è diventato anche un luogo di aggregazione dove cordialità, calore umano, ambiente ospitale e convivialità rievocano il piacere di un tempo: quello di stare insieme, creando nuove possibilità di socialità legata al momento del pasto. Il progetto, secondo il presidente Marco Martelli Calvelli, ha un duplice scopo: rendere questi ragazzi protagonisti del proprio destino e mettere fine all’epoca dell’assistenzialismo dove il disabile è visto come soggetto passivo di solidarietà .
Il nobile fine che si propone una tale iniziativa, può rappresentare uno dei tanti esempi di imprenditorialità da poter essere replicata in ogni ambito del nostro Paese.

Francesco Pugliarello